La Diga del Vajont e la sua storia dall'occhio del Drone

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IL VAJONT VISTO DAL DRONE

 

IL VAJONT: LA STORIA DELLA TRAGEDIA

Inizia nel 1929 la tragica storia del Vajont, che si concluderà 34 anni dopo, con una delle tragedie più grandi che il nostro paese possa ricordare nella storia.

È il 1929, appunto, quando un abile ingegnere della Società Adriatica Di Elettricità (SADE), Carlo Semenza, decide di progettare quella che, per molti anni, detenne il record di diga più alta di tutto il pianeta: La Diga del Vajont.

La diga del Vajont venne costruita in una valle al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, una valle racchiusa da due monti, il monte Salta, sul quale si trovano i paesi di Erto e Casso, ed il monte Toc, sul versante opposto.

Carlo Semenza si avvale della stretta collaborazione di un quasi settantenne professore universitario nonché uno dei più importanti e stimati geologi italiani: Giorgio Dal Piaz.

Il “Grande Progetto Vajont”, così chiamato, non impiega molti anni ad essere completato pur subendo uno stop in concomitanza dello scoppio del secondo conflitto mondiale.

Nel 1943, nonostante il caos legato alla guerra, la SADE ottiene il permesso a procedere dalla commissione lavori pubblici e anche un decreto di “Pubblica Utilità” che obbliga il comune a dare il consenso per la cessione dei propri terreni.

Ma tutto questo non basta, servono anche le terre dei contadini che sono sparse su entrambi i monti i quali si oppongono fervidamente al progetto perché sanno che.....“non è una buona idea”.

Lo sanno perché la parola Vajont significa proprio “viene giù” così come “Toc” sta a significare “pezzo marcio, rudere”.

Sia il monte Toc che il Salta, infatti, sono formati da grandi strati argillosi, in profondità, che vanno poco, ma davvero poco d’accordo con l’acqua quando si parla di tenuta.

Ad opporsi al Grande Progetto Vajont è il medico del paese che, insieme ad un folto gruppo di contadini di Erto e Casso, fonda il “Movimento anti Diga”.

È spalleggiato anche dalla moglie nonché sindaco del paese, la Signora Caterina Filippin che però, di lì a poco, viene corrotta e vende in gran segreto i suoi terreni alla SADE rendendo, di fatto, vano il lavoro del comitato anti diga.

A Erto viene creata la caserma dei Carabinieri il cui compito è quello di consegnare gli espropri del terreno ai contadini.

Ci vogliono 14 anni ma, nel 1957 la SADE apre il cantiere che costruirà la Diga del Vajont.

Il fatto di dare lavoro a 400 operai, che prima facevano solo i contadini, mitiga un po’ gli animi rissosi degli stessi contadini che si trovano ad avere un lavoro e ad essere salariati.

Nonostante non abbia ancora ricevuto il via libera agli scavi, la SADE inizia la sua opera di costruzione, convinta che sia solo questione di tempo ed avrà i permessi che le servono.

Nel frattempo alza il tiro e presenta alla commissione lavori un progetto ancora più ambizioso: alzare la diga fino a 266 metri portando la quota del lago a più di 700 metri.

La commissione è d’accordo e avvalla la richiesta della SADE ma vuole prima una nuova perizia geologica alla luce di questa nuova, importante richiesta.

Carlo Semenza affida al suo fidato amico Dal Piaz la fattibilità di questa perizia, il quale Dal Piaz però, questa volta manifesta più di qualche dubbio.

Dice testualmente che quel progetto, così imponente, “gli fa tremare i polsi e le vene”.

Gli stessi abitanti di Erto hanno paura, l’invaso si troverebbe soltanto ad una cinquantina di metri dal paese.

Ad avvallare le paure dei cittadini ci pensano le notizie in arrivo dalla vicina diga di Pontesei, anch’essa costruita da Semenza a pochi chilometri da Erto.

Problemi strutturali, fessurazioni delle pareti dell’invaso ma, ancora peggio, rumori sordi e cupi che arrivano dalla montagna, fanno pensare al peggio.

La SADE decide allora di istituire una ronda alla diga di Pontesei per la supervisione del problema.

Il 22 marzo del 1959, una parte della montagna frana nell’invaso, generando un’onda di più di 20 metri di altezza.

L’onda travolge Arcangelo Tiziani, l’operaio invalido messo lì di turno a supervisionare la Diga. Il suo corpo non sarà mai ritrovato.

L’incidente non frena però il prosieguo dei lavori nell’invaso del Vajont, e nello stesso anno, dopo due dall’inizio, i lavori giungono al termine.

A questo punto la SADE ha fretta di collaudare il tutto per non rischiare di perdere i contributi pubblici ancora da incassare dallo stato, contributi che ammontano al 45% del totale del costo dell’opera, valutata ai tempi in circa 3 miliardi di Lire.

I restanti 283 milioni verranno, infatti, stanziati a collaudo avvenuto.

In tutta fretta, la SADE avvia le procedure di collaudo riempiendo l’invaso, creando un lago di 600 metri di altezza, sommergendo così anche le case abbandonate in seguito agli espropri.

Il collaudo sembra andare a buon fine ma la SADE, alla luce dei fatti occorsi a Pontesei, affida ad un altro geologo, tale Leopold Muller, una nuova perizia geologica sul monte TOC.

Sia lui che Edoardo Semenza, figlio dell’ingegnere che costruì la diga, arrivano alla stessa conclusione, il versante del monte Toc che si affaccia sulla diga è in realtà una vecchia frana di circa due chilometri di larghezza e profonda centinaia di metri.

Mentre continuano le perizie geologiche e le valutazioni del caso, il 4 Novembre del 1960, 800.000 metri cubi di roccia si staccano dal monte Toc e precipitano nell’invaso.

Il lento movimento della frana però, non genera onde di compensazione tali da recare danni ma soltanto una grande paura.

La frana crea però una scissione dell’invaso che mette in allerta il personale della SADE temendo che questa spaccatura possa portare conseguenze drastiche in sede di guadagno sulla potenza dell’indotto.

La stessa SADE fa valutare la possibilità di costruire, attraverso la frana, dei tunnel di travaso dell’acqua da una parte all'altra dell’invaso.

Nel frattempo, solo una persona ha il coraggio di denunciare il fatto e di portare a conoscenza dei media la paura che aleggia tra gli abitanti di Erto e Casso.

È la giornalista Tina Merlin che, per queste sue dichiarazioni, viene denunciata dalla SADE di diffondere la paura con notizie false e tendenziose.

L’accusa però non viene confermata dal tribunale di Milano perché, nei suoi articoli non ci sono illazioni alcune.

Il 21 febbraio del 1961 un suo articolo apparso sull’Unità, documenta la seria minaccia che più di 50 milioni di metri cubi di roccia si possano staccare dal monte Toc causando questa volta, ingenti danni ai vicini paesi di Erto e Casso.

Tra Luglio e Ottobre del 1961, Muller fa installare 3 Piezometri che misurano la pressione dell'acqua nel sottosuolo. 

Non essendo però messi alla corretta profondità, non forniscono rilevamenti tali da allertare i geologi. 

Tra la fine del 1961 e l’inizio del 1962 si spengono sia Carlo Semenza che Giorgio Dal Piaz, ideatori e fautori del “Grande Progetto Vajont”.

La SADE nel frattempo, preoccupata che gli eventi franosi possano degenerare in danni ben più grandi, commissiona una serie di test atti a valutare le conseguenze di un cedimento strutturale del monte Toc.

Nel centro modelli idraulici di Nove, una piccola frazione di Vittorio Veneto, viene costruito un modello in scala della valle del Vajont.

È Augusto Ghetti, docente dell’istituto di idraulica dell’Università di Padova, insieme ad altri ricercatori, che si occupa di effettuare i test su una grande vasca che simula l’invaso del Vajont.

Vengono fatte diverse simulazioni, tutte però sottostimando la portata della frana indicata nelle valutazioni di Muller ed Edorardo Semenza.

Il 3 luglio del 1962 viene decretato il limite massimo del livello dell’acqua nell’invaso che non può essere oltrepassato. Questo limite è fissato a 700 metri ed è considerato, un po’ da tutti, un limite di assoluta sicurezza.   

Non sono dello stesso parere gli abitanti di Erto e Casso che, dalle loro abitazioni, sentono continuamente rumori sinistri e strani boati provenire dalla montagna di fronte.

Nemmeno il presidente della provincia di Belluno, in ritorno da Roma alla ricerca di informazioni, ottiene risposte ma solo una triste consapevolezza: La SADE, di fatto, è una potenza contro la quale è difficile confrontarsi.

Nel marzo 1963 arriva il decreto legge che Nazionalizza l’energia elettrica in Italia.

Nasce così l’Ente Nazionale Energia Elettrica (ENEL) e la diga, di fatto, diventa proprietà dello stato italiano.

Sempre a marzo dello stesso anno, la SADE, divenuta ormai ENELSADE, prima di firmare l'accordo di cessione della diga, vuole monetizzare al massimo l'operazione e, per questo, decide di portare la quota del lago a 715 metri in modo da "venderla" al massimo prezzo possibile ma, di fatto, ignorando gli ammonimenti di Ghetti in merito alla sicurezza dell'invaso.

Il 15 settembre del 1963 il Monte TOC frana di 22 centimetri e i tecnici dell’Enel, che ora gestiscono la cosa, decidono di svuotare l’invaso il più velocemente possibile.

Questo gesto si dimostrerà essere l’errore fatale.

La relazione fatta da Leopold Muller, infatti, spiegava dettagliatamente che l’acqua del lago aveva si ammorbidito l’argilla del sottosuolo del monte Toc ma, paradossalmente, fungeva anche da freno rallentatore della frana stessa, evitando un deciso distaccamento del monte a favore di un lento scivolamento che, comunque, a detta di tutti gli esperti, era ormai divenuto inarrestabile.

Siamo ai primi giorni di ottobre del 1963 quando Alberico Biadene, subentrato alla direzione Dighe al defunto Carlo Semenza, terrorizzato da ciò che sta accadendo corre a Roma per richiedere l’ennesima perizia geologica sul monte Toc; lo chiede a Francesco Penta, un consulente privato assodato dalla SADE che l’anno precedente era diventato parte integrante della commissione di collaudo del Progetto Vajont.

Penta trova esagerato l’allarmismo di Biadene e decide di soprassedere senza muovere un dito.

Nel frattempo, gli abitanti di Erto, dalle loro finestre vedono il lento ma inesorabile spostamento della montagna, i pini che si piegano verso il lago sono il segno che qualcosa di grande sta accadendo.

Il 7 ottobre il sindaco di Longarone, Guglielmo Celso, contatta la Prefettura ed il Genio civile per denunciare ciò che sta accadendo ma viene zittito e, anzi, accusato di procurare inutili allarmismi.

L’8 ottobre mattina, dalle rilevazioni degli strumenti installati sul monte Toc, si viene a conoscenza che la frana si è mossa di circa un metro. Ormai è inarrestabile e l’unica cosa che si può sperare è che si sposti il più lentamente possibile fino all’invaso.

Alberico Biadene decide però di accelerare ulteriormente il processo di svaso del lago per portarlo alla quota di sicurezza fissata a 700 metri in base alle simulazioni fatte sul modello di Nove.

Ormai nessuno ha più dubbi, è una lotta contro il tempo perché il Toc sta crollando.

È il 9 ottobre del 1963, una giornata di pieno sole.

La situazione sta però peggiorando sempre più, i comuni di Erto e Casso decidono di sgomberare le frazioni intorno al lago emettendo un’ordinanza esecutiva urgente.

Almo Violin, l’ingegnere capo del Genio Civile, scrive un rapporto al ministero indicando la situazione come gravissima, chiedendo istruzioni sul da farsi.

La spedisce però con posta normale e la comunicazione arriverà a destinazione solo una settimana più tardi, il 16 Ottobre.

Quella sera, alle 22.15 il geometra Rittmeyer, dal centro di controllo posto accanto alla Diga, chiama allarmato Biadene avvisandolo che si sentono sempre più spesso movimenti della montagna e rumori sinistri provenire dal Toc. Biadene cerca di tranquillizzarlo anche se è lui stesso ad essere alquanto preoccupato.

La comunicazione però viene inavvertitamente ascoltata da una centralinista della Mec Marmi a Longarone, la quale, un pò preoccupata da ciò che ha sentito, chiede confemra a Biadene che non ci siano pericoli in vista per Longarone. Il geometra gli dice di stare tranquilla ma in realtà, di li a poco, scoppierà il finimondo.

La serata è limpidissima, la luna nel cielo illumina la valle, il Toc, l'invaso, la Diga, Erto e Casso, quasi a voler essere la prima testimone di ciò che, di lì a poco, succederà.

Quella sera a Longarone, giù nella valle, il paese è sveglio, in TV c’è la partita di coppa dei Campioni Real Madrid-Glasgow Rangers e le persone si sono ammassate nei locali a guardare il match. Anche gli abitanti delle frazioni limitrofe si sono ritrovate a Longarone per lo stesso motivo.

Sono le 22.39 di Mercoledì 9 ottobre 1963 quando, all’improvviso, un rumore assordante squarcia la quiete della sera; duecentosettanta milioni di metri cubi di montagna si staccano di netto dal monte Toc e precipitano nel lago sottostante alla folle velocità di 100 chilometri all’ora.

  • Monte TOC
  • Monte TOC
    Monte TOC
     
  • L'enorme pezzo staccatosi dal Monte TOC precipitato nell'invaso.
  • L'enorme pezzo staccatosi dal Monte TOC precipitato nell'invaso.
    L'enorme pezzo staccatosi dal Monte TOC precipitato nell'invaso.

    In quel momento, a Casso, il parroco è sveglio e, nonostante sia notte, la luna illumina la tragedia. Racconterà di aver visto il bosco correre verso il lago ad una velocità impressionante, qualcosa di mai visto.

    L'impatto della frana nel lago genera una gigantesca onda tricuspide spinta a forza sul monte Salta.

    La prima punta è alta 250 metri, supera il paese di Casso, generando una pioggia di acqua e massi da più di 100kg che sfondano i tetti delle case, causando molti feriti ma, fortunatamente, nessun morto.

    La seconda punta va verso Erto, il paese è “protetto” da un grande sperone di roccia che spacca in due l’onda salvando il paese.

    Non vengono però risparmiate le frazioni che vengono spazzate via dall’urto dell’onda. Si conteranno poi 347 morti.

    La terza onda, la più devastante, alta più di 250 metri, scavalca la Diga del Vajont, distruggendo la strada sommitale della diga ed il centro di controllo dove si trovano Rittmeyer e i suoi operai che verranno tutti uccisi.

    Più di cinquanta milioni di metri cubi d’acqua non hanno più ostacoli e puntano, inarrestabili, verso il fondo valle.

    Ad un tratto, a Longarone,  va via la corrente.

    La gente esce dai locali e dalle case e guarda su, verso la Diga.

    Non si vede granché da così lontano, si vedono lampi di luce e tutti pensano ad un temporale imminente ma, in realtà sono i pali della luce che vengono sradicati e travolti dall’onda d’acqua.

    A valle si sente un rumore come di un grosso treno in corsa ed inizia a soffiare un vento costante che porta con sé un cattivo odore di putrida umidità fatta di acqua e terra.

    Il vento è in realtà l’aria compressa sospinta dalla forte discesa dell’acqua.

    La potenza di spinta dell’aria generata è stata poi stimata come il doppio dell’onda d’urto generata della bomba atomica di Hiroshima.

    Questa onda d'urto arriva dritta su Longarone, la metà delle persone viene letteralmente disintegrata e, di loro, non rimarrà alcuna traccia.

    Alle 22.43, 4 minuti dopo la frana, quello che non ha distrutto l'aria, lo fa l'acqua quando la gigantesca onda, alta più di 50 metri, arriva a valle.

    Attraversando il Piave ne raccoglie ulteriore acqua, massi e pietre e piomba inesorabile sul paese.

    L’impatto è devastante, il paese viene completamente raso al suolo in pochi istanti.

    Il letto del Piave nel punto più alto si alza fino a 70 metri, in quello più basso a 12 metri in pochi secondi dopodiché, l’onda di risacca, ritorna indietro e si appiana sulla valle.

    Longarone non esiste più, non c’è più niente, solo una immensa e liscia distesa di fango ma non è l'unico paese distrutto dall'onda. 

    Anche Pirago, Rivalta, Villanova e Maè vengono spazzati via, si salverà solo il campanile di Pirago e qualche struttura ai margini del paese. 

    Il lavoro di anni cancellato da un'apocalisse di 4 minuti. Tutto è finito e tutto è distrutto.

    Il 10 ottobre, alle 5 del mattino, la radio inizia a divulgare le notizie della tragedia.

    Tutti pensano al crollo della diga. I superstiti a valle si trovano di fronte uno spettacolo agghiacciante, Longarone non c’è più e, al suo posto, c'è solo una infinita spianata di fango.

    Altrettanto tragico è lo spettacolo che si trovano davanti gli abitanti di Erto e Casso, la frana caduta nel lago è gigantesca, circa due chilometri di larghezza per 300/400 metri di altezza.

    Il lago è quasi scomparso e, al suo posto, ci sono solo terra, alberi, fango e morte.

    Alle 5.30 arrivano i primi soccorsi ed inizia così il tetro rituale di riconoscimento delle vittime, almeno di quelle identificabili.

    Il numero dei morti non è mai stato reso noto con certezza, oggi nei pressi della diga ci sono cartelli che contano 1.910 vittime ma le cronache del passato parlano di più di 2 mila morti.

    L’11 Ottobre 1963 vengono evacuati i paesi di Erto e Casso perché, si dice, la montagna potrebbe franare ancora, gli abitanti vengono ricoverati in colonie e alberghi a Claut e a Comolais.

    Sul passo di Sant’Osvaldo, che collega queste due città al Vajont, nel febbraio del 1964 viene costruito “il muro della vergogna” atto ad impedire agli abitanti spostati di fare ritorno nelle proprie abitazioni.

    Alcuni tornano comunque come clandestini ma il paese, di fatto, non sarà mai più riallacciato alla rete elettrica e, quindi, reso abitabile.

    Negli anni avvenire, Longarone sarà interamente ricostruito e resterà l’unico vero simbolo di quella immane tragedia.

    Nel 1967, undici persone vengono rinviate a giudizio per i seguenti capi d’accusa:

    • Cooperazione in disastro colposo di frana, aggravata dalla prevedibilità dell'evento;
    • Cooperazione in disastro colposo di inondazione e
    • Cooperazione in omicidio e lesioni colpose plurimi.

    Sono dirigenti e consulenti della SADE e qualche alto funzionario del Ministero dei lavori pubblici.

    L’Enel cerca di sistemare la questione coi superstiti proponendo un accordo tombale extragiudiziale.

    Il giudice istruttore Mario Fabbri, dubbioso sull’attendibilità delle perizie fatte negli anni precedenti la tragedia, istituisce un nuovo collegio di periti per fare chiarezza sulle responsabilità dell’incidente.

    Tutti i periti nominati rinunciano all’incarico tranne uno, Floriano Calvino, fratello di Italo che, in seguito a nuove relazioni e nuove simulazioni fatte in Francia, dice con certezza che la tragedia era prevedibile.

    Tutte le indagini indette negli anni a venire, sia governativi che da parte dell’Enel sostengono invece l’imprevedibilità della catastrofe.

    Alla fine, tra cavilli burocratici e l'escalation di tutti i gradi di giudizio, gli unici due colpevoli saranno Alberico Biadene e l’ispettore del Genio Civile Francesco Sensidoni ma l’unico che pagherà con il carcere sarà Alberico Biadene che poi verrà scarcerato, per buona condotta, dopo solo un anno e sei mesi di galera.

    Quella del Vajont resta una delle tragedie più grandi del nostro paese insieme ai terremoti del Friuli, dell’Irpinia, dell’Aquila etc. ma rispetto ad eventi naturali come i terremoti, nella tragedia del Vajont resta la grande colpa dell’uomo per qualcosa che definire “evitabile” è puro eufemismo.

    (Parti del racconto sono di fonte Focus.it)

     

    TESTIMONIANZE E DOCUMENTI DELL'EPOCA

    Il Vajont prima e dopo la tragedia rende l'idea di quanto sia stata gigantesca la frana. 

    vajont prima e dopo

    La Frana del Monte Toc sull'invaso (da Wikipedia)

    Vajont frana

    DOCUMENTARIO SADE SULLA COSTRUZIONE DELLA DIGA DEL VAJONT

     

    IL MODELLO IDRAULICO DEL VAJONT  - CENTRALE DI NOVE

     

     

    MONICA GHIROTTI - IL MODELLO IDRAULICO DEL VAJONT

     

     

    MONICA GHIROTTI - LA FRANA DEL MONTE TOC

     

     

    L'INTERVISTA AD UN SOPRAVVISSUTO

     

     

    LA LETTURA DEL PROCESSO FINALE

     

     

    GalleriaFotografica

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