Nicholas (Nicky) Pizzi

Dopo la vittoria del torneo FIT GioiaTennis di RHO

Mi ricordo, quando ero più piccolo, ai tempi della scuola media o superiore, il mio unico desiderio era quello di arrivare a casa dopo la scuola e scendere giù a giocare a pallone con i miei amici del cuore, ripetendo le gesta dei campioni di quegli anni, Altobelli, Oriali, Beccalossi, sognando un giorno di fare quello che facevano loro, non tanto per soldi perché a quell’età non si sapeva nemmeno cosa fossero, ma per la notorietà, per essere un simbolo da emulare, per essere un esempio da seguire. 

Poi si cresce e per quasi tutti questo sogno svanisce, subentrano altre priorità e perché no, altri sogni da inseguire in una vita che a quell’età sembra davvero ancora tanto lunga. 

E poi, si sa, di campioni nello sport ne nascono davvero pochi perché sfondare nello sport non è solo una questione di talento ma è un insieme di condizioni che devono coesistere per creare, per plasmare l’atleta perfetto.

Ci vuole talento, certo, quello è imprescindibile ma ci vuole tanto, tantissimo altro.

Ci vuole una famiglia alle spalle, che ti supporta, che investe su di te, che crede in te, che gioisce per le tue vittorie ma che ti incita ancor di più per le sconfitte, ci vuole un allenatore che ogni giorno, ogni santo giorno ti fa sputare sangue per costruire il tuo essere atleta, ma la cosa più importante ancora, è il sacrificio a 360 gradi e la devozione totale che chi vuole diventare un campione deve dare al suo sport!

Si perché un campione nasce prima di tutto dalle rinunce ai vizi, ai giochi, all’adolescenza vera e propria perché, volente o nolente, un bambino che vuole diventare un campione l’adolescenza, così come la conosciamo noi, se la deve scordare e se la vive sui campi di allenamento, in palestra, dal mental coach.

Sacrificio, sacrificio e sacrificio, questo è e deve sempre essere il dogma di chi non vuol essere uno come tanti, ma vuole essere il migliore.

Il Tennis così come il calcio, e così come tutti gli sport, non fa sconti in termini di sacrificio.

In un paesino a nord di Milano, c’è un ragazzino, Nicholas Pizzi, che fino a qualche anno fa era un bambino qualunque, un bambino che voleva fare le cose che fanno i bambini, giocare con gli amici, divertirsi e sognare cosa fare da grande, un bambino normale in una famiglia normale, con papà Emiliano, mamma Alessandra e la sorellina Aurora.

Succede che a 5 anni, vedendo il padre giocare a tennis, gli viene la voglia di provare ad usarla quella racchetta e non solo a guardarla usare agli altri.

Il tennis gli piace, sembra di si, ma forse nemmeno così tanto, è piccolino ma si sa, lo sport è importante, anche per tenere i ragazzi lontani dalle strade, e quindi i genitori insistono, lo iscrivono al centro sportivo del paese e gli affiancano un maestro che gli possa dare le basi del tennis, le fondamenta su cui costruire, chissà, qualcosa di importante.

Nicholas cresce sportivamente nel centro sportivo del paese di Ceriano Laghetto, ma quei maestri non credono molto in lui, lo considerano uno dei tanti anche se in realtà, qualcosa in lui lo distingue dagli altri ma sembra che li la meritocrazia non paghi.

I genitori allora lo portano via da quel centro sportivo, lo portano a Saronno, allo Sporting Club, capitanato da Antonio Altobelli che di tennis, lui si, ne capisce ben bene.

Antonio gli fa un provino, il ragazzino di Ceriano piace, sta crescendo e ha un fisico un po’ fuori dalla norma, qui la genetica gli ha fatto un bel regalo. Antonio decide di crederci, e punta su di lui  e su altri ragazzi del centro, ecco che la cosa si fa interessante, stimolante ma come in tutte le belle cose, c’è il rovescio della medaglia: è proprio in questo momento che la famiglia si trova davanti ad un bivio di fondamentale importanza.

Continuare a far giocare quel ragazzino, adesso diventa impegnativo, dal punto di vista economico per la famiglia e da quello atletico e mentale per Nicholas; Questo momento può rappresentare la fine di una adolescenza mai cominciata, l’inizio di un grande, grandissimo sacrificio per tutti.

Ma la famiglia ci crede, giocano tutti a tennis, anche la sorellina e lui, quel ragazzino di Ceriano Laghetto, fa altrettanto, si appassiona a quello sport che forse prima nemmeno gli piaceva troppo, ha quasi 12 anni e giocare a tennis gli piace, gli piace tanto.

Scuola, allenamenti, corsa, atletica, campo e poi ancora scuola, allenamenti, corsa, atletica, campo; adesso si fa sul serio, davvero sul serio, ma lui non si scoraggia, anzi, dalla fatica tira fuori la motivazione, ha un coach che crede in lui e sa quali punti toccare, quali parole dire, come far breccia nella sua testa da atleta, Nicholas è circondato da amici e parenti che praticano questo sport e forse questo lo aiutano a non sentirsi troppo solo nello scalare questa enorme montagna che ha davanti. Il talento c’è, eccome se c’è, il fisico anche, alto, atletico, muscolare ma per giocare a tennis non basta, ci vuole una cosa che è ancora più importante, ci vuole la testa, la concentrazione, la freddezza; per essere un campione di tennis devi essere cinico, spietato, le emozioni le devi lasciare tutte nello spogliatoio. Quando sei in campo devi essere gelido, una macchina, un robot, che non prova nessun sentimento verso nessuno, ne verso l’avversario, ne verso il pubblico, ne tanto meno verso se stesso.

Se ti emozioni, se ti arrabbi, se hai pietà…..hai perso!

E si può chiedere tutto questo ad un ragazzino di 12 anni? Certo che no, e si vede, eccome se si vede. Qualche racchetta rotta, sbattuta per terra dopo quella palla uscita di poco, l’arrabbiatura per il net preso dall’avversario, imprecazioni, deconcentrazioni e i risultati che non arrivano.

Cresce un po’ di sgomento ma per fortuna tutti continuano a credere in lui. L’atleta c’è, manca l’altra parte, manca l’uomo per costruire la “macchina” Atleta; fisico e mente adesso sono un ossimoro, mentre dovrebbero essere uno l’ombra dell’altra e “remare” nella stessa direzione. La tentazione di mollare il colpo dura poco,  coach Altobelli non ne vuol sentir parlare e spinge, spinge forte per andare avanti convinto che il ragazzo ha potenziale.

E chi più di lui può guardare cosa c’è li in fondo, cosa c’è così tanto in là?

Col tempo e col senno di poi oggi possiamo dire che un po’ di ragione ce l’aveva, e non solo lui, avevano ragione tutti quelli che hanno sempre creduto in quel ragazzino di Ceriano Laghetto. Adesso, a quattordici anni suonati, è diventato un atleta vero e proprio, talento, fisico possente, ottima tecnica e soprattutto, una testa (quasi) da giocatore professionista, sempre concentrato sul match, senza paura più di nessuno.

E con questa trasformazione, ancora lontana dall’essere completata, arrivano anche i risultati, semifinali, finali, trionfi ai tornei minori, quelli under, quelli di quartiere che magari non danno molta visibilità ma sono mattoni pesanti, su autostima e motivazione che sono benzina pura per la costruzione del campione che tutti ci auguriamo diventerà un giorno.

È giusto restare coi piedi per terra, la strada è lunghissima, di lavoro ce n’è tanto e sarà dura, i sacrifici sono appena iniziati ma se solo un anno fa parole come Juniores, ITF, Challenger erano pura utopia oggi sono molto più di un semplice sogno, sono una stimolante e intrigante realtà con un pensiero lassù, lontano lontano a quella vetta chiamata ATP.

Continua così piccolo grande Nicky, noi crediamo tutti in te, per noi sei già un campione e ti auguriamo che un giorno tutto il mondo possa ammirare il tuo talento nell’olimpo dei più grandi giocatori di questo bellissimo sport.

#NOTFOREVERYONE

Vittoria al Torneo Sociale Sporting Club Saronno con il Coach Antonio Altobelli, l’avversario e l’altro suo allenatore Gianluca Formentin.
Piccolo infortunio durante la finale di Saronno.

Davide Galloni

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