Salita al Rifugio Bellano in Val Varrone

Partire da Solaro per andare al Lago, il Sabato mattina, ha indubbiamente dei pro e dei contro. I pro sono che si parte con la luce, che ci si può fermare a far colazione sul lago la mattina presto, respirando l’aria fresca della rugiada e godersi la pace che solo la mattina preso porta con sè. Ci sono anche dei contro però, se si vuole organizzare un’escursione, si parte già “in ritardo”. E’ successo questo sabato, partenza da Solaro alle 10.30, dopo aver sistemato la macchina dal meccanico (anabbagliante bruciato), aver parcheggiato l’auto e preso la moto. Sono arrivato all’alba di mezzogiorno, giusto in tempo per raccogliere i pomodori freschi per farmi un sughetto davvero niente male.

Alle 14.30 decido di partire per tornare il Val Varrone per recarmi al Rifugio Bellano, già addocchiato in una delle scorse escursioni, in particolare la gita con brivido sul monte Legnoncino condita dalla disavvenura occorsa all’Ammiraglia.

Arrivato a Dervio, devio dalla provinciale per salire in Val Varrone, una strada già fatta ma molto piacevole da percorrere in moto. Arrivato a Sommafiume, lascio la moto e mi incammino in un sentiero alla ricerca di un appostamento militare dell’epoca segnato sul cartello dei sentieri alpini. Di li a poco arrivo ad una stazione di trasmissione RAI. Non so se una volta quello era un appostamento militare, sta di fatto che quel posto, immerso nel bosco, era un filino inquietante. Scatto qualche foto e continuo la camminata accorgendomi poi che il sentiero, di li a poco, sbocca in una strada asfaltata. Torno sui miei passi, riprendo la moto e mi rimetto in marcia. Marcia che termina dopo pochi chilometri quando la strada finisce in località Roccoli D’Artesso, una frazione di Sommafiume, in uno spiazzo boschivo con al suo centro un laghetto. Parcheggio la moto e inizio ad esplorare il posto. Quel laghetto è in realtà un bacino artificiale creato durante la prima guerra mondiale per abbeverare gli animali dopo la lunga risalita dal Lario.

Di li passava la famosa “Linea Cadorna“, una linea militare di frontiera creata dai soldati italiani per sbarrare l’avanzata austriaca verso l’Italia. Ai bordi di questa “piazza” nel bosco, infatti, si possono notare gigantesche nicchie di cemento che venivano utilizzate per stipare le munizioni degli obici che erano perennemente puntati verso il lago pronti a far fuoco. Lascio lo spiazzo bochivo in direzione del Rifugio Bellano, il sentiero si scorge appena ma non è comunque complicato da percorrere. Di li a poco arrivo al Roccolo D’Artesso, una costruzione atta alla cattura dei volatili, costituita da una torre in legno sulla quale alloggiavano gli “uccellatori” e un gigantesco pergolato davanti che celava sottilissime reti usate per la cattura degli uccelli. Nel 1996 il roccolo è stato trasformato in una stazione di studio sul processo migratorio degli uccelli.

Passato il roccolo, dopo cinque minuti, arrivo al Rifugio Bellano, una costruzione di cemento e legno circondata da grandissimi abeti. Mi fermo a prendere una bottiglietta d’acqua e a scambiare quattro chiacchiere con il personale che lo abita. Mi faccio dare qualche dritta sul prosieguo del percorso e riparto. Riprendo il sentiero che un tempo era sentiero di guerra, lungo il tragitto infatti mi imbatto in una trincea, in caverne di collegamento e postazioni di mitragliatrici. Arrivo poi al punto più panoramico che si può trovare nei dintorni, un’apertura nel folto bosco che da proprio sulla baia di Olginate. Come per la volta scorsa, la foschia guasta un po’ il panorama ma tutto sommato, l’avventura merita in ogni caso di essere fatta.

Vista l’ora, decido di tornare verso casa. Inizio la discesa, arrivato di nuovo al rifugio Bellano, visito una cappelletta immersa nel bosco, una piacevole scoperta. Scendo poi verso la moto e, da li, ritorno verso casa.

Una gita meno entusiasmante della precedente ma il sendo si pace che si trova in mezzo ai boschi è qualcosa di irrinunciabile, qualsiasi sia la meta finale.

Alla prossima.

Davide

Davide Galloni

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